Anatomia in 3D

Pubblicato il Venerdì, Aprile 28th, 2006

Di Rossella Denicolò, (Repubblica)
BENESSERE

” lo scopo di tecniche moderne, come il Laban Bartenieff e il Body Mind Centering: rendere la teoria dinamica. E conoscere il corpo facendo esperienza diretta”

Uno scheletrino è al centro dello spazio. Un gruppo di otto persone gli gira intorno. “Incominciamo a sentire i
nostri talloni e poi osserviamo nello scheletro l’osso del calcagno”. Da una parte la sensazione, dall’altra
l’immagine. Lorella Rapisarda è danzatrice e insegnante di Laban Bartenieff, un metodo di lavoro corporeo
molto conosciuto tra i danzatori e oggi applicato anche in ambito terapeutico (www.labanbartenieff.it). Il seminario che ha organizzato a Firenze ha un obiettivo: insegnarci a capire e a conoscere l’anatomia attraverso il movimento. L’idea di partenza è che l’anatomia non è solo le immagini che si accalcano e che si schiacciano in un libro di medicina, bidimensionali e immobili, ma qualcosa che si può sentire, di cui è possibile fare esperienza. Lorella Rapisarda incolla alcuni pallini rossi su varie parti dello scheletro: calcagno, articolazione del ginocchio, grande trocantere (la parte più sporgente del femore). “Muovetevi e cercate di percepire questi tre riferimenti ossei e le relazioni tra loro.
Il tallone si avvicina al femore, il ginocchio si solleva nello spazio. Immaginate un elastico che si accorcia e si allunga”.

Può sembrare strano pensare alle ossa come elastici. L’anatomia classica, infatti, suscita in noi, spesso, la sensazione che il nostro scheletro è, al contrario, qualcosa di secco cristallizzato, durissimo. Le ossa, spiega, sono composte, per il 50%, da acqua. è proprio questa fluidità, questo costante interscambio di fluidi, a mantenere la flessibilità e la resistenza del corpo. Se le nostre ossa fossero davvero rigide e asciutte
come bastoni, sarebbero fragilissime. Lo scheletrino è sempre al centro della stanza e della nostra
attenzione. Lorella aggiunge due pallini sulle due “tuberosità ischiatiche” (gli ischi sono le due ossa su cui scarichiamo il peso quando ci sediamo in modo corretto). “Appoggiate una mano sul grande trocantere e una sull’ischio e visualizzate un collegamento tra questi due punti. E mentre camminate continuate a percepire la relazione tra ischio e femore. Adesso pieghiamo le ginocchia e sentiamo gli ischi che si avvicinano ai talloni, poi allunghiamo gli ischi verso il muro”. Sono movimenti non molto diversi da quelli che si fanno normalmente in palestra. Flessioni, estensioni, piegamenti, eppure sono diversi. “La qualità del movimento cambia
a seconda della struttura su cui poniamo l’attenzione”, spiega Lorella. “Focalizzarsi sulle ossa significa portare la nostra attenzione verso un livello più profondo e, allo stesso tempo, lasciar fluire via le tensioni. E’ come se i muscoli non si sentissero più osservati e si potessero finalmente rilassare: sono le ossa, infatti, a sostenere il peso del corpo, non i muscoli. Più le ossa sono allineate, più i muscoli si limitano a fare il loro lavoro, che è quello di bilanciare la postura e non di sostenere”. Lorella ora aggiunge un bollino sull’osso pubico dello scheletro, poi sul sacro, sul coccige e sulle due creste iliache. “Ci stendiamo a terra e cerchiamo con il movimento le ossa del bacino”. Ogni partecipante trova il suo modo di esplorare le relazioni tra le proprie ossa: si rotola, si schiaccia, ondeggia. “Percepiamo la nostra tridimensionalità , suggerisce ancora Lorella. Qualcuno, ogni tanto, dà un’occhiata allo scheletro che se ne sta immobile nella stanza.

Adesso dobbiamo spostare l’attenzione dal bacino alle curve della colonna. Che è, spiega la conduttrice, un grande esempio di bellezza, di come estetica e funzione si compenetrino perfettamente. Non è un caso se tanti artisti, come Leonardo, hanno nutrito un grande interesse per l’anatomia.
Lavoriamo in coppia per toccare e tracciare con le mani la forma delle vertebre. Una dopo l’altra, dalla base del cranio fino al sacro. Quello che sentiamo con le dita sono le spine delle vertebre. La parte più poderosa della colonna è rivolta verso l’interno del corpo, a contatto con gli organi, ed è proprio questa parte che cerchiamo di visualizzare mentre continuiamo l’esplorazione attraverso il movimento. Improvvisamente tutto rallenta, il movimento diventa quasi invisibile, come se fosse necessario rilassare innanzitutto gli organi interni,
la gola, il canale digerente, i polmoni, per poter percepire delle leggere oscillazioni, dei microaggiustamenti della colonna. E’ come un lento dipanarsi delle tensioni. Alla fine dell’esercizio le facce dei partecipanti sembrano cambiate e c’è una calma molto silenziosa. Durante una pausa di condivisione alcuni notano come le sensazioni, quando si passa dalla parte bassa a quella alta del corpo, mutino. Altri sostengono di aver colto con chiarezza la differenza tra un movimento che inizia dalla parte esterna della colonna rispetto a uno che inizia dalla sua parte interna. “Il primo è più veloce, più esterno”, osserva Laura, una delle partecipanti.
“Quando invece mi concentravo sulla parte ventrale avevo una sensazione di rotondità , come un diventare più
fluida”.

Sembra proprio che la vecchia anatomia stia diventando inadeguata rispetto alla consapevolezza del corpo che si è sviluppata negli ultimi decenni in Occidente (per la medicina tradizionale orientale il problema non si pone, visto che le strutture anatomiche vengono descritte come paesaggi o
come guerrieri, con molte metafore immaginifiche, insomma). O, più probabilmente, l’anatomia classica non è più sufficiente a descrivere e spiegare, e oggi ci appare come qualcosa di inadeguato e perfino fuorviante. I primi ad accorgersene e a cercare altre strade per conoscere e indagare il nostro corpo sono stati i danzatori. In particolare quelli della Contact Dance che hanno iniziato a lavorare in questa direzione quasi contemporaneamente ai body worker e ai ricercatori somatici, come l’americana Bonnie Bainbridge Cohen
del Body Mind Centering che, a partire dagli anni Cinquanta, ha cominciato a elaborare una serie di ricerche che avevano come scopo proprio quello di riportare l’anatomia nella vita. Ricerche che oggi si chiamano Embodied Anatomy.
“In realtà l’anatomia è una fonte inesauribile di ispirazione è, spiega Remo Rostagno, coreografo e practitioner di Body Mind Centering. “Il danzatore è la forma che si muove nello spazio, è la bellezza di questa forma”, sostiene. “E i diversi sistemi anatomici danno la qualità a questa forma. Voglio dire che conoscere gli organi attraverso il contatto, il movimento, la visualizzazione, per esempio, significa farsi plasmare da un impulso che ha una qualità accogliente, morbida, rotonda. Sono dinamismi legati alla terra, al sangue.
Gli stessi che possiamo trovare nelle danze tribali, che sono calde e potenti. Un impulso completamente diverso arriva quando ti immergi nello studio esperienziale delle ossa.
Da là viene un movimento chiaro, lineare, molto diverso da quello suggerito dagli organi e che può essere anche
molto sfumato, paffuto, come una nuvola che non sai dove inizia e non sai dove finisce. Le ossa esprimono una forza che deriva dalla struttura. Una qualità apollinea, chiara, precisa.
Gli organi, invece, hanno una qualità più dionisiaca: sono misteriosi, oscuri, profondià .
L’Embodied Anatomy di Bonnie Bainbridge Cohen (www.bodymindcentering.com), così come l’Anatomia Esperienziale sviluppata dal centro studi Pensarecolcorpo in Italia (www.pensarecolcorpo.it), si basano sempre sul corpo, vissuto proprio attraverso il movimento e il tocco. La parte cognitiva tradizionale, costituita da tavole, modelli anatomici fissi e rigidi, immagini microscopiche, costituisce solo un primo aspetto. Il contributo più originale che arriva da questo campo di ricerca riguarda probabilmente la rappresentazione che abbiamo del nostro corpo. Se pensiamo, per esempio, ai nostri muscoli come a un continuum senza soluzione di continuità, che comprende anche la fascia connettivale e le ossa, questo ha un effetto molto significativo sul movimento e sulla postura. “Sono aspetti dell’anatomia classica che studiamo come se fossero strutture isolate”, spiega ancora Remo Rostagno. “Ma per lo sport o la danza diventa molto più interessante se impariamo a pensarci come, appunto, un continuum di azione, piuttosto che come singoli muscoli, ossa distinte, legamenti e tendini, insomma come tante strutture a sè stanti. E riesce anche a dare molto più benessere riuscire a percepirsi come immersi in un tutto, in un bagno connettivale che unisce contenitore, contenuto, strutture, organi, nervi e che rende il corpo così fluido e perfino piacevole al tocco”.
L’aspetto anatomico che mettiamo in primo piano cambia dunque la qualità del movimento. Qual è allora l’ispirazione anatomica, se possiamo chiamarla così, della danza contemporanea? “Il sistema nervoso, senza alcun dubbio”, risponde ancora Rostagno. “Le nuove coreografie sono tutte così e il trauma, il grido e il fortissimo prevalgono su tutto il resto. Ne nascono quindi danze molto veloci, che sacrificano la pulsazione tra impulso interno ed espressione esterna, eliminano ogni pausa, ogni possibilità di metabolizzare le esperienze, integrarle, farle proprie. In altre parole non fanno che rispecchia la contemporaneità , dove manca proprio ogni equilibrio tra azione e riposo”.


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