“Ri-pensare il corpo”, introduzione di Jader Tolja al libro “Meridiani Miofasciali”

Pubblicato il Martedì, Maggio 16th, 2006

Come le tecniche corporee avanzate stanno cambiando la concezione dell’anatomia umana.

Ciò che ricordo con più chiarezza della prima esperienza di sala operatoria, è stata la meraviglia per la grande differenza tra il corpo umano, così come si studiava sui libri e gli atlanti di anatomia e quello su cui si operava in vivo. La gran parte del lavoro chirurgico consiste infatti nell’aprirsi la strada attraverso fasci di connettivo e nel richiuderla poi, ricucendo uno strato alla volta.
In pratica il corpo umano, così come lo vediamo descritto nelle illustrazioni, è una pura astrazione, perché
nella realtà non esiste nulla di simile. Analogamente aprendo un cadavere, ma anche semplicemente una coscia di pollo, ci si può facilmente rendere conto come non esistano dei bei muscoletti rossi, separati gli uni dagli altri, dai tendini, dalle capsule, dai legamenti, dall’osso, dal derma e così via, ma che ci si trova di fronte ad un intricato e complesso ‘continuum’ in cui non c’è davvero alcuna soluzione di continuità tra un tessuto e l’altro.

Da un punto di vista chirurgico o anatomico classico, questa scoperta non è stata piacevole in quanto il corpo umano appariva semplicemente più complesso e meno facilmente descrivibile di quel che si potesse pensare. E soprattutto non esistevano singoli “pezzi” individuabili, isolabili, separabili come nei libri di scuola, ma piuttosto un indescrivibile intrico, che anche una minuziosa rappresentazione, come quella presente negli atlanti chirurgici, riusciva a descrivere solo in modo estremamente parziale.
In pratica il tessuto connettivo, così come lo si incontrava nei corpi reali, anestetizzati o morti, sembrava solo una inevitabile “scocciatura” che complicava inutilmente l’immagine idealizzata e semplicistica che ci si era lentamente costruiti nella formazione medica.

Questo scenario si è per me completamente ribaltato nell’82, durante un viaggio di alcuni mesi dedicato soprattutto alla ricerca e allo studio dei principi su cui si basavano le tecniche corporee a quei tempi più avanzate. Ciò che infatti a poco a poco divenne sempre più chiaro è stato che l’elemento comune a tutte le tecniche, e attraverso il quale il lavoro prendeva forma ed efficacia, era che l’effetto di tali tecniche si attuava attraverso una riorganizzazione del tessuto connettivo.
Quello che sembrava essere un tessuto inutilmente complicato per l’anatomia cognitiva, in un’ottica di anatomia esperienziale diventava invece di gran lunga il tessuto più vivo, interessante e reattivo, dal momento che erano soprattutto le sue qualità e organizzazione a determinare le sensazioni che trasmetteva un corpo sotto le nostre mani, la forma di questo corpo, la qualità e i piani di movimento, e la vitalità , funzionalità e integrazione di un organismo.

Inoltre per chi, come nel mio caso, era condizionato da un background in psicosomatica e psicoterapia, era anche evidente che di fatto ci si trovava di fronte al tessuto di gran lunga più interessante, anche dal punto di vista psicologico ed emotivo.
E’ infatti la particolare organizzazione del tessuto connettivo che facilita o meno il movimento sui diversi piani, privilegiando così anche l’esprimersi o la rimozione di quelle qualità psicologiche e caratteriali connesse alla attivazione o messa in ombra di alcune aree del corpo.
In breve, muovendo o cambiando l’organizzazione del connettivo, si cambia non solo la sua forma fisica, la qualità del respiro, la qualità e la forma del movimento, ma cambia anche il carattere, il modo di pensare e l’identità dei singoli individui.

Il connettivo, inoltre, non solo è sempre stato il “tramite” anche per altre medicine, si pensi ad esempio alla medicina cinese, o a forme di terapia, come lo shiatzu, ma lo è stato anche per la medicina occidentale prima di questo ultimo periodo.
Giorgio Baglivi, ad esempio, alla fine del 1600, nel suo libro “De fibra motrice et morbosa” si affretta a precisare che ‘chiunque considerasse con attenzione tutte le tuniche membranose del corpo, la struttura, il colore, la continuazione, l’uso di esse, delle ghiandole, delle viscere e dei vasi “e qualunque parte che non fosse carnea o rossa” avrebbe dovuto confessare, anche suo malgrado, che tutte queste parti non erano altro che una continuazione delle meningi e delle fibre midollari del cervello’ (da Mirabilis Machina, di A. Toscano).

L’integrazione della visione medica classica, basata su un’anatomia più cognitiva, con le informazioni che derivano dalle tecniche corporee avanzate, che sviluppano invece una conoscenza esperienziale dell’anatomia umana, sta portando in pratica ad una rivoluzione del modo di concepire il corpo umano e tutta la persona. In questa prospettiva il tessuto connettivo ritorna a rivestire un ruolo da protagonista e ad essere considerato giustamente l’elemento essenziale che determina la nostra forma, la nostra funzione, la nostra salute e, per usare una distinzione ancora in uso, ma che tra poco suonerà arcaica e ingenua, il luogo dove la mente diventa corpo e viceversa.
Si pensi inoltre che l’85% della massa corporea reale (e il 50% di quella disidratata) è costituita da tessuto connettivo, utilizzando qui il termine nella sua accezione più ampia che, oltre alla fascia, include anche tutti i tessuti di origine mesodermica, come ad esempio vasi sanguigni o la glia, che è il tessuto di sostegno del sistema nervoso.

Vero è che il passaggio verso una concezione più realistica del corpo umano non può che avvenire per gradi, in cui le semplificazioni sono una stampella che facilita la percezione e nello stesso tempo un condizionamento ed un limite per la stessa, come del resto succede ogni qualvolta si adotta un modello.

Ma ciò che più conta, tuttavia, non è tanto di poter disporre già da ora di modelli ‘definitivi’, quanto di riuscire a costruire ulteriori scalini in questa direzione.

Jader Tolja - http://www.pensarecolcorpo.it/


Segnala l'articolo a un amico

Commenti non previsti.