La fascia tiene insieme le nostre cellule
Edizione originale Elsevier Science Limited 2002. © Thomas Myers. All rights reserved.
Il mondo secondo la fascia
“Beati i vincoli che legano”: la fascia tiene insieme le nostre cellule
La vita, su questo pianeta, si sviluppa attorno a un’unità elementare, la cellula. Sebbene possiamo facilmente immaginare grandi gocce di protoplasma, indifferenziato ma ben organizzato, queste non esistono, tranne che in certe oscure impronte fossili di alberi o nelle menti di chi fa cinema. Fino alla prima metà dei circa 4 miliardi di anni che ha la vita su questo pianeta, tutti gli organismi erano unicellulari, dapprima nella forma di semplici cellule procariotiche, e in seguito, apparentemente, unite in simbiosi per generare la familiare cellula eucariotica.[1]
Tutti i cosiddetti animali “superiori”, compresi gli esseri umani, argomento principale di questo libro, sono aggregati coordinati formati da questi complessi di minuscole goccioline di biochimica integrata, contenuti all’interno di un elemento fluido che scorre continuamente, circondati da membrane che cambiano costantemente, il tutto diretto da acidi nucleici stabili autoreplicanti contenuti nel nucleo. Nel nostro caso, circa sei trilioni di queste piccole cellule in movimento lavorano in qualche modo assieme per produrre l’evento che conosciamo come “noi stessi”. Riusciamo a riconoscere gruppi di queste cellule anche dopo anni senza vederle, o da molto lontano, osservando il loro caratteristico modo di muoversi. Che cosa tiene questa zuppa di cellule in continuo cambiamento in una forma fisica così costante?
Come nella società umana, le cellule all’interno di un organismo pluricellulare mostrano una combinazione di autonomia individuale e di interazione sociale. Nei nostri tessuti possiamo riconoscere quattro tipi base di cellule: nervose, muscolari, epiteliali e con-nettivali (ognuna con molteplici sottotipi) (Fig. 1.2).

Potremmo solo un pò semplificare la situazione di-cendo che ognuna di queste ha enfatizzato una delle funzioni condivise in genere da tutte le cellule (e in special modo dall’uovo fecondato e dalle cellule staminali).
Per esempio, tutte le cellule hanno la capacità di condurre lungo le proprie membrane, ma le cellule nervose si sono specializzate in questo (a scapito, fra l’altro, della loro capacità di contrarsi o di riprodursi bene). Tutte le cellule contengono almeno un pò di miosina e actina, e quindi possono contrarsi, ma le cellule muscolari sono diventate abilissime in ciò. Anche le cellule epiteliali si contraggono, ma molto debolmente, mentre si specializzano nel secernere prodotti chimici come ormoni, enzimi e altre molecole messaggere. Le cellule del tessuto connettivo si contraggono malissimo, sono conduttori mediocri, ma secernono una sorprendente varietà di prodotti nello spazio intercellulare contribuendo a formare le nostre ossa, la cartilagine, i legamenti e i tendini. In altre parole, sono queste cellule che creano l’ambiente per tutte le altre, costruendo la “sostanza” resistente e flessibile che ci tiene assieme, formando l’ambiente condiviso e di comunicazione per tutte le altre cellule - ciò che Varela[2] definì una forma di “eso-simbiosi” è che ci plasma e ci permette il movimento diretto. (Come digressione: non possiamo inserire il termine “ambiente” nel nostro dibattito senza citare dal maestro del termine, Marshall Mc Luhan: “Gli ambienti non sono un involucro passivo, bensì, piuttosto, processi attivi invisibili. Le regole fondamentali, le strutture pe-netranti e i pattern complessivi degli ambienti eludono una facile percezione”. Ciò può servire in qualche modo a spiegare perchè l’ambiente della matrice extracellulare sia rimasto fondamentalmente “inosservato” per alcuni secoli di ricerche.)
Secondo l’Anatomia del Gray[3]
I tessuti connettivi giocano diversi ruoli fondamentali nel corpo, sia strutturali, poichè molti degli elementi extracellulari posseggono speciali proprietà meccaniche, sia difensivi, in questo caso su base cellulare. Spesso essi posseggono anche importanti ruoli trofici e morfogenetici nell’organizzare e nell’influenzare la crescita e la differenziazione dei tessuti circostanti.
Lasciamo agli immunologi il dibattito sull’aiuto difensivo offerto dalle cellule del tessuto connettivo. Si accennerà al ruolo trofico e morfogenetico del tessuto connettivo più avanti in questo capitolo, quando si comincerà a parlare di embriologia e di tensegrità .[4]
Ora ci occuperemo del ruolo di sostegno meccanico che i prodotti del tessuto connettivo offrono in generale al corpo, e in particolare all’apparato locomo-tore. Le cellule del tessuto connettivo immettono un’ampia varietà di sostanze strutturalmente attive nello spazio intercellulare, compresi collagene, elastina, fibre di reticolina, e proteine collose interfibrillari comunemente note come “sostanza fondamentale” (Fig. 1.3).

Gray chiama questo complesso di proteine matrice extracellulare:
Il termine “matrice extracellulare” (MEC) si riferisce alla somma totale di sostanza extracellulare all’interno del tessuto connettivo. Fondamentalmente, essa è composta da un sistema di fibrille proteiche insolubili e complessi solubili formati da polimeri di carboidrati legati a molecole proteiche (cioè proteoglicani) che legano l’acqua. Dal punto di vista meccanico, la MEC si è sviluppata per distribuire le tensioni del movimento e della gravità mantenendo contemporaneamente la forma dei diversi componenti del corpo. Essa fornisce anche l’ambiente fisico-chimico per le cellule che avvolge, formando una struttura a cui queste aderiscono e dentro la quale possono muoversi, mantenendo un adatto ambiente ionico idratato, permeabile, attraverso il quale i metaboliti e i nutrienti possono diffondersi liberamente[5] Questa dichiarazione è ricca, anche se concisa; il resto del capitolo è un ampliamento di queste poche frasi. Prese nell’insieme, le cellule del tessuto connettivo con i loro prodotti funzionano come un continuum, come il nostro “organo della forma”[6] La nostra scienza ha speso più tempo sulle interazioni molecolari che comprendono il nostro funzionamento, mentre ha approfondito meno il modo in cui diamo una forma a noi stessi. Si dice che la nostra forma sia adeguatamente descritta in anatomia, ma il modo in cui pensiamo alla forma deriva in parte dagli strumenti che i primi anatomisti avevano a dis-posizione: principalmente il coltello. Dopotutto, “anatomia” è separare le parti. Da Galeno a Vesalio e oltre, furono gli attrezzi della caccia e della macelleria a essere applicati al corpo, e a presentarci le distinzioni essenziali che adesso diamo per scontate. Questi coltelli (successivamente bisturi e poi laser) erano naturalmente utilizzati lungo le barriere di tessuto connettivo fra i diversi tessuti, accentuando le differenze, ma offuscando il ruolo del tessuto con-nettivo considerato come un tutto.
- Margulis L, Sagan D. What is life? New York: Simon and Schuster; 1995:90-117. ↩
- Varela F, Frenk S. The organ of form. Journal of Social Biological Structure 1987; 10:73-83. ↩
- Gray’s Anatomy, 38th edn. New York: Churchill Livingstone; 1995:75. ↩
- 5. Becker RO, Selden G. The body electric. New York: Quill; 1985.
6. Sheldrake R. The presence of the past. London: Collins; 1988.
7. Kunzig R. Climbing through the brain. Discover Magazine; August 1998:61-69 ↩ - Gray’s Anatomy, 38th edn. New York: Churchill Livingstone; 1995:80. ↩
- Varela F, Frenk S. The organ of form. Journal of Social Biological Structure 1987; 10:73-83. ↩
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